"Lo spettro di nuovi genocidi"
Ursula Spinelli Hirschmann, 1972
Nel 1972, all’indomani dell’attacco alla squadra olimpica israeliana a Monaco, in un lucido
articolo pubblicato sulla Stampa dal titolo “Gli Ebrei”, Natalia Ginzburg scriveva: “A
volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo
sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il
dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita non
ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità.”
Da quel testo prende le mosse Ursula Spinelli per un lungo articolo pubblicato il 6
dicembre 1972 da “Il Globo”, quotidiano fondato nel 1945 da Luigi Barzini, in cui
dichiara di voler “aggiungere alcune considerazioni a quel che ha detto Natalia, perché
sento e penso molte cose in modo simile al suo”.
Di seguito l’ultima parte dell’articolo.
Bruxelles, 17/9/72
Cara Natalia,
ho letto con grande partecipazione il tuo articolo “Gli ebrei” sulla Stampa, perché molte delle cose che tu dici sono come le sento e le penso anch’io. Così soprattutto l’atavico senso di familiarità con gli ebrei, ed insieme il rifiuto immediato di questo atavismo. Anche a me accade di essere sul chi vive perché nessuno dica male degli ebrei, ma mi sento a disagio appena qualcuno mi parla di Israele con quel tono di ammirazione esclusivista che mi ha sempre dato fastidio, a qualunque paese si riferisce.
Così, mentre sono disposta di considerare i Kibuz un’esperienza socialista più o meno interessante — su questo si può discutere — non penso che questa esperienza abbia un valore particolare perché fatta da ebrei. Provo un senso di avversione istintiva quando si spiega che gli ebrei fanno uno sforzo enorme in tutti i campi della loro vita nazionale, e mi domando perché devo ammirare in Israele quel che ho imparato a disprezzare più di ogni cosa negli ultimi 40 anni. Questi sforzi enormi fatti per saldare in un unico blocco i cittadini di una nazione, li ho visti fare in Germania, in Italia, in Russia e in altri paesi, e il corollario di questi sforzi è regolarmente stato prima il rifiuto della tolleranza, poi l’ubbriacatura della propria superiorità sugli altri, ed infine l’aggressività. Può darsi che non sia stato Israele ad aggredire per primo, e senza dubbio ha diritto di difendersi. Ma è saggio che accompagni le misure di difesa con il culto nazionalista di sé stesso? Comunque io, pur essendo nata da genitori ebrei, ho il diritto di non apprezzare questa logica nazionalista, perché sento che essa si muove in un circolo chiuso e nefasto.
Qualche giorno fa ho esposto queste idee ad una signora che mi voleva convincere di aderire ad un convegno pro-Israele. Essa aveva come me dovuto lasciare il suo paese d’origine perché ebrea e passare attraverso ogni sorta di avventure per sopravvivere. Mi ascoltò guardandomi con occhi sorpresi e duri e rispose con veemenza che ero vittima di un complesso di inferiorità, purtroppo presente in tanti ebrei: volevo sempre dimenticare tutto, perdonare tutto nel vano tentativo di essere benvoluta da tutti. Ma dovevamo liberarci da questo complesso e comprendere che in questo duro mondo quel che conta è la forza. Né gli USA né l’URSS si chiedono continuamente se sono benvoluti da tutti! Ma è sicuro che tutti li devono rispettare in ragione della loro forza effettiva. Così dobbiamo finalmente fare anche noi. A sentirla parlare mi venne una nausea quasi fisica e sul suo viso dai tratti tirati mi se ne sovrapponeva un altro che emergeva da un passato lontano: il viso di una mia insegnante di ginnastica nel 1930 che con identici argomenti cercava di convincerci a comprendere l’esigenza del rinnovamento in Germania. Ricordo perfettamente le sue parole: noi tedeschi, che non abbiamo il senso della nazione — pensate a Tucholsky, a Heine, a Goethe — noi che abbiamo il complesso d’inferiorità — che sorridiamo ad ogni straniero nel tram, e perché mai? — perché vogliamo essere amati, vizio dei deboli, mentre occorre essere temuti — etc. etc… Mi strappai con un brivido da questo ricordo. Non ebbi il coraggio di parlare alla signora dell’imbarazzante parallelismo di certi argomenti.
Il mio legame con l’ebraismo è diverso dal suo: non ho religione e non accetto “la razza” come linea di divisione tra gli uomini. Ma quel che dà una sottile fierezza e qualche volta un senso di calore umano è il sentirmi un tantino più “randagia” — come dici tu Natalia — si potrebbe anche dire un tantino più “cosmopolita” o “irriverente” o “déraciné”, e di essere in quel sentimento un po’ imparentata ad alcuni grandi ebrei della cultura europea che si chiamano Spinoza, Heine, Marx, Freud, Luxemburg e altri ancora.
C’è un’ultima considerazione da fare, a proposito di questi nostri quasi parenti diventati nazionalisti per una lunga storia di disperazione: renderà alla lunga, il nazionalismo israeliano di oggi? Renderà in sicurezza, pace duratura, convivenza civile? Ne dubito fortemente. Non sono d’accordo con te, Natalia, quando dici che Golda Meir avrebbe dovuto lasciar liberi duecento guerriglieri per il ricatto fatto dai fedayn. Una volta in guerra valgono le sue leggi. Né penso che da parte araba ci siano solo poveri pastori e dall’altra solo soldati al servizio del capitalismo. Sarebbe troppo semplice. Ma penso che chi ha meditato sui nefasti risultati del nazionalismo passato e presente, non può che predire con melanconica monotonia, che anche in Israele esso darà i frutti avvelenati che ha dato dappertutto: successi vistosi, ferite meno vistose ma profonde, spirito di rivincita, vendette e così via fino a nuovi genocidi.
Sono possibili soluzioni non nazionaliste? Se si prendono come dati immutabili le situazioni esistenti, a molti dei nostri problemi, e non solo a questi, non ci sono soluzioni. Anche a noi era stato insegnato a scuola che la comunità nazionale è la più alta forma di unione cui sia arrivata l’umanità. Poi essa è crollata ed oggi molti europei sanno che solo un salto qualitativo che ci porti fuori dalle strutture nazionali può salvare l’Europa. Lo stesso vale per Israele e il mondo arabo. Da chi fra loro saprà pensare queste cose e dirle nascerà l’utopia della nuova dimensione, l’utopia che ad un certo momento si calerà nella realtà. Il popolo ebraico, che è stato tanto a lungo e così profondamente una dura comunità chiusa, per breve tempo oppressore, per secoli e secoli oppresso e perseguitato , non ha nella sua storia solo i Mosè, i Giosuè e gli altri suoi leaders che lo spronavano duramente ad essere chiuso in sé stesso e separato, ma ha anche tutta una stirpe ideale di profeti, antichissimi e moderni, che sentivano di dover parlare per tutta l’umanità, e sapevano predicare cose come la giustizia, il disprezzo per il proprio stato quando non era giusto e via dicendo. Sono stati gli “utopisti”, i “disfattisti” del momento, ma erano loro a vedere più lontano, ed il loro spirito ha sopravvissuto alle gesta del piccolo popolo che obbediva al Dio degli eserciti. Speriamo che il loro utopismo riprenda vigore ancora una volta, rinascendo dalle ceneri del nostro tempo.
Cordialmente tua
Ursula Spinelli Hirschmann
Mai indifferenti