Mai indifferenti - Voci ebraiche per la pace da Micromega, 30 aprile 2026

Il 25 aprile e l’“israelizzazione” dell’ebraismo italiano


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L’accettazione nei cortei del 25 Aprile di ebrei considerati “buoni” perché esibiscono le proprie credenziali antifasciste non significa che tra la folla di Milano e di altre piazze non esistano pregiudizi antisemiti. È infatti molto probabile che una parte dei contestatori sovrapponga la stella di David, lo Stato di Israele e l’identità ebraica, senza distinguere tra piani diversi. Questa confusione è diffusa e conduce a equivalenze funeste. I cartelli visti al corteo di Milano che equiparano la stella di David alla svastica nazista dimostrano che nei movimenti progressisti esiste un rozzo pregiudizio anti-ebraico tollerato dalla maggioranza come se non si trattasse di un problema serio. A rendere ulteriormente complicato il quadro c’è un dato empirico: una parte significativa dell’ebraismo italiano tende a schierarsi pubblicamente a sostegno di un governo israeliano di impronta fascistoide e fa del legame con lo Stato ebraico l’elemento centrale della propria identità.
A questa combinazione d’ignoranza e pregiudizio si somma una crescente intolleranza verso chiunque non venga riconosciuto parte del proprio campo politico, come si è visto anche nelle contestazioni contro chi portava nei cortei la bandiera ucraina. Proprio questa sovrapposizione tra simboli religiosi e identitari, storia ebraica e politiche israeliane nei confronti dei palestinesi costituisce un nodo complicato della vicenda. Non basta liquidarla come espressione di un antisemitismo eterno come fanno i notabili delle comunità ebraiche, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i rischi che essa comporta.
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Un’ampia componente di questo mondo – e senz’altro i vertici delle istituzioni che lo rappresentano – partecipa da tempo a un processo di “israelizzazione”, per cui, come si è detto, il legame con Israele è diventato il principale elemento dell’identità ebraica. Non più, o non soprattutto, l’osservanza religiosa né l’esperienza millenaria di minoranza cosmopolita vissuta tra integrazione e persecuzioni nelle società cristiane o musulmane, ma una lealtà fanatica allo Stato di Israele. Lealtà che si materializza non solo nell’affinità culturale o nella solidarietà nei momenti di pericolo – come nelle guerre del 1948, del 1973, o dopo il 7 ottobre 2023 – quanto piuttosto in un sostegno pressoché incondizionato, esteso anche ai momenti in cui l’esercito israeliano viene fondatamente accusato di violazioni del diritto internazionale e di crimini di guerra a Gaza, nei territori occupati, in Libano o altrove.
La distruzione di Gaza e la persistenza di un regime di apartheid in Cisgiordania non hanno scalfito questa sorta di religione civile, il cui dogma fondamentale è che Israele è lo Stato guida per gli ebrei della diaspora: uno Stato impegnato in una guerra permanente, sempre interpretata come legittima difesa e, secondo alcuni quotidiani italiani, come presidio dell’Occidente.
Questa centralità quasi ossessiva di Israele nell’immaginario collettivo dell’ebraismo italiano contribuisce a spiegare perché i rappresentanti della Brigata Ebraica non rinuncino a sventolare la bandiera israeliana anche nei luoghi e nei momenti meno opportuni, e aiuta a comprendere anche la cronaca violenta di Roma.
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David Calef


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