La cultura ebraica mi appartiene?
Ho partecipato all’incontro promosso il 15 Aprile a Milano, alla Casa della Cultura da Mai Indifferenti-voci ebraiche per la pace per ascoltare. Ascoltare chi guarda Israele e Palestina da una prospettiva in più: l'appartenenza alla cultura ebraica. Come lo dico mi accorgo che è un luogo comune: la cultura ebraica appartiene anche a me.
Mi viene in mente John Berger, che, in Questioni di Sguardi (Saggiatore 1972 - 2022), rilegge la convenzione prospettica rinascimentale che colloca il singolo occhio che osserva al centro del mondo visibile, in cui ogni cosa converge verso l'infinito, divino. Lo fa partendo dalla macchina da presa che "rivela che le immagini non sono senza tempo, dipendono dalla posizione in cui ti trovi mentre le osservi o le realizzi, e quindi l'idea di un unico centro non esiste". E oggi la fisica quantistica avverte che l'infinito è materia oscura e non luce divina.
Col Rinascimento riemerge anche la Storia dell'Impero Romano e l'imperatore Tito (70 d. C) pone al centro della sua politica espansionistica la persecuzione degli ebrei. L'ho imparato alle scuole medie e allora pensavo facesse parte dell'evoluzione mitica della storia.
Oggi abbiamo informazioni, per seguire tutti i suggerimenti possibili, laici, religiosi, personali, e al centro c'è l'esigenza di non neutralizzarli.
Ciò che non condividiamo influenza comunque; rifiutarlo non è garanzia di imparzialità.
Ascoltare il pensiero di altri e altre, in presenza di altri e altre, vedere chi c'è, chi conosci e chi no, è una modalità per scoprire dove collocarsi. È normale nelle confidenze personali, anche via mail, internet, WhatsApp. Come esportare questa presenza dalle confidenze individuali alle informazioni diffuse. Dobbiamo inventarlo. Inventare tempi e centri di confidenza anche con chi non frequenti.
Le case distrutte, gli elenchi di morti, le guerre senza dopoguerra, sono iscrivibili al senso comune dell'orrore, che, però, non esonera dalla scelta di una posizione, anche quando non hai le parole per dirlo.
Alla fine degli anni '50, credo nel 1960, ho letto "Il diario di Anna Frank" e ho capito che la seconda guerra mondiale e le persecuzioni (di cui non si parlava nei manuali di storia, né in casa) non erano episodi "mitici", ma eventi avvenuti poco lontano dalla mia nascita.
Inizio a scrivere questo testo domenica 19 aprile e, sulla Lettura del Corriere, un grande articolo racconta che, nonostante l'immediata diffusione in tutto il mondo, del diario di Anna Frank non se n'è parlato con facilità. Forse per questo anch'io l'ho letto dopo, ma il dialogo a tu per ti fa voltare pagina.
Vedere un quadro di secoli fa sposta l'arte dall'infinito al presente; ascoltare chi dichiara di non voler essere indifferente va oltre le manifestazioni. Non dipende dalle loro conoscenze, ma dalla mia capacità di non dare per scontata l'osservazione collettiva.
Oggi, in tutte le azioni, conta segnalare dove avvengono, a che ora, e quindi la presenza effettiva è il punctum che, come direbbe Roland Barthes, ti fa individuare l'immagine, ma quando si va in piazza è sostituita dalla probabilità degli scontri.
Il 25 aprile la brigata ebraica ha "aggredito" la prospettiva concordata, imponendo una presenza che ha oscurato quella di Mai indifferenti-voci ebraiche per la pace e non solo la loro.
Uscire dalle piazze è una ribellione? Può darsi, bisogna però predisporre una prospettiva, dove al centro non ci sia "l'infinito politico", ma il "finito soggettivo" con i suoi centri diversi.
Berger aveva riletto quella rinascimentale partendo dalla macchina da presa, che pone al centro l'osservatore e non le cose osservate. E le tecnologie attuali?
Sembra una deduzione fantasiosa, confutabile, ma ritengo che gli strumenti informatici, unendo casa e strada, lavoro e tempo libero, suggeriscono di partire dal domestico, come si fa con una pianta che innaffiamo, potiamo, ma germoglia indipendentemente. Il computer, oggi non è diverso da una lampadina. Del resto anche il passaggio dalla candela alla luce elettrica ha radicalmente cambiato le nostre abitudini.
Ascoltando il 15 aprile ho percepito un accento domestico che interpreto come possibile spunto di rigenerazione critica.
Lorenzo Cremonesi - "Tutta l'area è popolata da genti che si cercano, e non sanno dove andare. Israele come una luce dopo il buio non esiste più. Nel 1982, dopo Sabra e Chatila, ci furono manifestazioni immense; dopo Gaza non c'è stato nulla di tutto questo, solo una linea obbligata religione/ortodossia/esercito che precede il 7 ottobre. E al governo ci sono gli assassini di Rabin. È quello che si vive, ogni giorno e toglie energia alla politica anonima".
Riconosco la confidenza con cui commentiamo cose che conosciamo, su cui non abbiamo potere, ma di cui sentiamo l'urgenza di parlare. Mi capita anche mentre leggo i giornali o ascolto il TG.
Le lettere di Natalia Ginzburg e Ursula Spinelli, pubblicate sui giornali nel 1972, dopo l'attentato di Monaco e lette a chi era lì, sembravano scritte oggi per elaborare la banalità del male che ci sta attorno.
Dal 7 ottobre 2023 è impossibile scoprire le "scosse dei nervi" in cui Virginia Woolf intuisce come completare un quadro, un romanzo; oggi quelle prodotte dalle multinazionali nello spartirsi l'egemonia non colpiscono i nervi ma le vite intere.
Non si fermano ai loro consigli di amministrazione, ricadono su tutti in tutto il mondo, bloccando la ricostruzione di un pensiero politico con cui opporsi a questo sistema.
Un obiettivo certamente non laterale come rileva Ida Dominijanni: "È una catastrofe che coinvolge tutto l'Occidente, dove Trump non è pazzo, ma il prodotto della crisi della società democratica americana e del patriarcato, che ormai senza l'egemonia della legge del padre, attua la legge della sorveglianza che si esprime in guerre genocidarie, e non di uno stato contro un altro. La repressione del dissenso va di pari passo col declino della politica. Ma la vita permane e la parola riconquista importanza e richiama il debito con la cultura ebraica dell'inizio del '900".
Confermo: la cultura ebraica mi appartiene.
Francesca Pasini
Mai indifferenti